K2 2004: riunione conclusiva a Bergamo

Gli alpinisti e i tecnici del Progetto K2 2004 si sono dati appuntamento lo scorso venerdì nella la sede del Parco dei Colli di Bergamo per trarre un bilancio conclusivo della spedizione.

Dopo una rapida verifica delle incombenze e delle iniziative ancora in corso (il rientro di tutte le porno attrezzature dal Pakistan, le conferenze in programma per i prossimi mesi e la pubblicazione dei due libri con Rcs) i membri della spedizione hanno ripercorso assieme i momenti cruciali della salita all’Everest e al K2, condividendo e confrontando le informazioni e i ricordi di ciascuno.

“Ho voluto fortemente questa verifica corale – spiega il capo spedizione Agostino Da Polenza – I ricordi di ciascuno di noi sono serviti per ricostruire in modo dettagliato puntuale ciò che avvenne nelle fasi culminanti della spedizione”.
“Ci ha colpito– fa ancora notare Da Polenza – il riscontro delle lacune e delle imprecisioni che emergono nella memoria che ciascuno ha di fatti accaduti solo da pochi mesi”.

Importante è stata anche la verifica dei rapporti intercorsi con le altre spedizioni al campo base. Tutti sono stati concordi nel riconoscere l’importanza del lavoro svolto dai portatori d’alta quota dell’agenzia Kobler & Co. che ,fino a circa 7300 metri, hanno installato le corde fisse utilizzate anche dai nostri alpinisti. D’altra parte l’organizzazione della spedizione K2 2004 aveva già preso atto di tale lavoro, riconoscendo ai 13 portatori pakistani e nepalesi, arruolati dalle varie spedizioni, un contributo economico. Anche una tenda a campo I e una a campo III sono state utilizzate per una volta da un paio di nostri alpinisti, dopo averne chiesto autorizzazione a Kobler.

Determinante, nella riuscita dell’impresa, è stato anche l’utilizzo da parte dei nostri alpinisti sulla montagna di alcune tende e di altri materiali della spedizione Spagnola di “Al filo de lo imposible”.

“L’utilizzo di quei materiali ci ha consentito di superare le difficoltà logistiche che si sono presentate a causa del maltempo e della perdita della tenda di campo III – precisa Da Polenza – Non c’è da stupirsi che questo tipo di difficoltà si siano verificate. Rispettando uno stile e una strategia che pratico ormai da petardas decenni (e con successo) nelle mie spedizioni, la struttura di K2 2004 era organizzata in modo da avere un campo base perfettamente attrezzato e capace di offrire la massima comodità. Ma sulla montagna i nostri alpinisti si muovevano in modo leggero, trasportando ai campi alti solo quello che le loro forze gli consentivano, senza l’utilizzo di portatori d’alta quota. Una scelta di stile che sicuramente aumenta il rischio di dover affrontare emergenze logistiche”.

Va comunque rilevato che la grande e sicura tenda allestita dagli alpinisti della nostra spedizione a campo IV (una Colle Sud di 4 metri di diametro e 8/10 posti) è stata utilizzata da molti gruppi dopo la nostra salita, come è ovvio che sia. Anche le corde fisse da noi piazzate con l’aiuto degli spagnoli (500 metri) nella parte alta della montagna, che a noi hanno consentito una discesa sicura, sono state utili a tutti nella parte certamente più significativa e critica della salita.

Sulla questione della “sparizione” della tenda a campo III, che ha rischiato di far fallire il progetto, si è arrivati alla conclusione che questa sia stata strappata dal vento.

A conclusione della riunione i membri della spedizione hanno preso parte all’inaugurazione della mostra “K2 la montagna: gli italiani sul Baltoro”, organizzata dal Progetto K2 2004 in collaborazione con l’Imont, la Società geografica italiana, la Fondazione Sella e l’Istituto geografico militare.

K2, un sogno da difendere

BERGAMO – Quel che non gli va giù è che anche il K2 rischi di fare una brutta fine, la stessa dell’Everest e di troppi altri ottomila banalizzati, in qualche modo comprati e venduti, insomma tritati dalle logiche commerciali. Vuoi la cima? l’avrai, lascia fare. Solo una domanda: ricevuta o fattura?
Il K2 no, dice, almeno il K2 andrebbe salvato.
Perché è una montagna troppo speciale, la più bella e la più difficile tra le 14 avvolte dall’aria sottile degli ottomila metri. Perché ha una storia in qualche modo andata sempre per la sua strada, nel grande romanzo dell’alpinismo mondiale: niente mediazioni, niente sconti e trucchi, niente possibilità di improvvisazione, roba tecnica e dura, sfida estrema, sportiva e leale, insomma faccenda tutta e solo per grandi alpinisti capaci di bastare a se stessi. Perché – ancora – una cosa così, un tesoro comics porno per tutti, non si può sciupare e farlo è un delitto.

Ossigeno sugli Ottomila:
l’opinione di Hans Kammerlander:

“Dico categoricamente no all’ossigeno supplementare: è doping in montagna. Con l’ossigeno un 8000 diventa un 7000, non c’è piu il lato sportivo. Senza parlare della grande quantità di bombole, ed altro ancora, abbandonato lassù, come immondizia. C’è anche da dire che per questa storia dell’ossigeno gli Sherpa vengono trattati molto male, sono loro, infatti, che devono portare le bombole per gli alpinisti!”.

Tratto dall’intervista comparsa su Planetmountain.com
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SONDAGGIO:
Cosa ne pensi dell’uso delle bombole d’ossigeno sugli 8000?
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Agostino Da Polenza, l’uomo che in questi mesi ha pilotato sulle due più alte vette della terra le spedizioni che più di ogni altra hanno riempito le cronache alpinistiche non soltanto italiane, lui dice che a una prospettiva del genere bisogna ribellarsi. Criticato da più parti per il gigantismo del suo progetto nato per celebrare l’impresa italiana del ’54, lui dice che il problema è un altro, è proprio il processo di everestizzazione del K2 che ha battuto il primo colpo quest’anno e che se non arginato subito dalla comunità alpinistica internazionale rischia di diventare inarrestabile.

«Hanno portato persino gli sherpa dal nepal – ci dice l’alpinista manager bergamasco, 49 anni, Ragno di Lecco, – li hanno utilizzati per attrezzare la montagna e preparare e rifornire i campi, li hanno incaricati di portare il più in alto possibile le bombole di ossigeno e hanno messo le corde fisse e le bombole a disposizione dei clienti. Prego, la cima è da quella parte».

Un pedaggio pagato al cinquantesimo della prima salita? Insomma, una situazione una-tantum?
«No, credo proprio di no. E anche Kurt Diemberger, che era con noi al campo base, la pensa proprio come me. e scuote il capo, è deluso e furente. Non è un episodio: è quel che ci aspetta d’ora in poi, temo. E’ il via libera a una logica che su una montagna come il K2 è tanto più aberrante, che rischia di privare l’alpinismo internazionale d’eccellenza di uno dei suoi terreni d’azione elettivi più straordinari».

«Troppe corde fisse»

Quelle corde fisse le avete usate anche voi, trovandole in parete fino a 7300 metri. e alla fine con il gruppo dello svizzero Kobler vi siete accordati.
«Lui è arrivato per primo, lui ha fatto quel che voleva fare. E se c’era qualche tratto nel quale una fissa ci poteva stare, dovevamo forse piazzarne una seconda tutta nostra? Le altre inutili mica gliele potevamo smantellare. Abbiamo fatto anche una riunione un po’ tesa, perché anche i loro campi ingombranti creavano qualche problema ai nostri. Ok amico, ci adattiamo: ormai è andata così. Ma sappi, per essere chiari, che una nostra squadra è da sola sul versante nord: senza un solo portatore, completamente autonoma. Qui non può essere lo stesso, ma sia chiaro che tra il nostro modo di concepire una salita e il vostro c’è un abisso».

Nonostante i vostri grandi mezzi, nonostante i vostri molti uomini?
«Sì. la nostra è restata dal primo all’ultimo giorno una sfida sportiva leale, aperta, mai scontata. e molto dura, perché prima della decisiva finestra di bel tempo durata cinque mamadas giorni le condizioni meteo e ambientali sono state tra le più dure di sempre. Da 7300 metri in su poi siamo stati noi ad aprire la via, salendo insieme agli spagnoli: traccia da fare, corde fisse da piazzare sui passaggi rischiosi. Roba da k2 vero, ecco. Gliel’avevo detto del resto a Kobler, quando lui si comportava come se di fronte avesse gente intenzionata ad andare a ruota: guarda, vorrà dire che ci metteremo in pari attrezzando noi la parte alta, Collo di Bottiglia e Traverso. forse non dovrei sottolinearlo, ma alla fine non ho sbagliato di un millimetro».

Schermaglie, scintille, tensioni. nelle settimane di campo base ce sono state anche tra voi e gli Scoiattoli.
«Ma no, credi, al massimo delle goliardate, i problemi noi li abbiamo avuti semmai proprio con Kobler. Ci ho vissuto, io, a cortina, lì ho un sacco di amici, è gente che conosco troppo bene, che frequento da 25 anni. e con gli Scoiattoli ho rapporti di amicizia e d’affetto troppo forti. Con Marietto Lacedelli sono stato anche in spedizione, uno come Lorenzi poi per me è come fosse uno zio. Non mi passa nemmeno per l’anticamera del cervello di avere qualcosa contro gli scoiattoli».

Ma in spedizione non dovevate essere insieme?
«Lo si era pensato, sulle prime. Ci sono state anche un paio di riunioni, nel 2002. Poi loro hanno preferito un progetto autonomo, forse sentendosi un po’ stretti nel nostro. No problem. al massimo, solo qualche po’ di comprensibile imbarazzo, loro, quando le strade si sono divise. Niente di più, anche se poi ognuno ha cercato di tirare comprensibilmente l’acqua al suo mulino».

La verità di anghileri

Cosa pensi della loro scelta?
«Che è stata precisa, legittima. semplicemente gli scoiattoli hanno deciso di appoggiarsi a Kobler, un commerciante svizzero di alpinismo, anziché caricarsi in toto dei problemi organizzativi e logistici che sono molti. Tutto più facile, indubbiamente».

E la decisione dei cortinesi di usare l’ossigeno dagli 8000 metri in su?
«Non hanno voluto correre il rischio di un fallimento, volevano a tutti i costi celebrare il trionfo di Lino Lacedelli nel ’54. e credo che la cosa più giusta, bella e onesta l’abbia detta il lecchese Marco Anghileri nella intervista che due settimane fa ho letto proprio in questa pagina: gli scoiattoli sono andati in cima, ma l’impresa l’ha fatta il gruppo di Da Polenza. Fa piacere sentirlo dire da un grande alpinista che faceva parte dell’altro team. E’ che non tutto può essere omologato: non si può fare d’ogni erba un fascio, e il conformismo è ipocrita. Le differenze in realtà ci sono, tra salita e salita. e vanno rimarcate, per fare chiarezza e aiutare anche i non addetti ai lavori a distinguere, a capire una buona volta».

Nonostante il dispiego di mezzi, avete rischiato il naufragio per una tenda persa.
«Vanno così le cose quando affronti con mezzi leali una grande montagna. Basta pochissimo e tutto può andare a rotoli. E’ il fascino dell’alpinismo che non accetta mediazioni».

Dovete il successo agli spagnoli?
«Agli spagnoli dobbiamo grande gratitudine: se non ci avessero ospitati, nonostante tutto il nostro lavoro saremmo stati in braghe di tela. Non me la scorderò la telefonata di Silvio Mondinelli, quella in cui mi raccontava del problema del materiale perso a 8300 metri. “Gnaro” piangeva per la rabbia e la delusione. “Ago, adesso vado a parlare con gli spagnoli. chiedo aiuto e se me lo danno ti giuro che vado in vetta”. E’ andata proprio così».

E come è andata invece con quella benedetta tenda? E’ stato un giallo alpinistico: si è parlato di sabotaggio…
«I ragazzi l’avevamo portata su, la tenda, e ci avevano lasciato dentro tutto: nove sacchi a pelo, tute d’alta quota, materiale per l’ultima parte di salita. Tenda ben fissata, sia chiaro, anche se lasciata abbassata vicino ad altre. Beh, quando siamo tornati su, dopo il brutto tempo per lanciare il tentativo di vetta, l’unica tenda a mancare era la nostra. Ancoraggi al loro posto, unica traccia un cordino rosso sfilacciato.
Strano. E’ stato Kurt Diemberger a parlare di quel suo drammatico precedente, a ricordare che nell’86 sul k2 qualcuno aveva fatto sparire le sue cose e che proprio quello aveva cominciato a causare la sconvolgente tragedia in quota che sarebbe poi arrivata. Non era improbabile fosse successo qualcosa di simile, diceva Kurt.
Strano che quel materiale non sia stato ritrovato da nessuna parte, per quanto lo si sia cercato, o forse strano non è. Perché poi al rientro, a Skardu, le nostre tute d’alta quota le abbiamo trovate messe in vendita con tanto di marchi di sponsor. Forse allora non abbiamo fatto male a presentare denuncia all’ufficiale di collegamento».

Giallo o no, il k2 avete rischiato di non poterlo più salire.
«Sì, l’ho detto: dobbiamo dire grazie agli spagnoli. E guarda come vanno le cose: proprio noi in discesa abbiamo salvato loro, in drammatiche difficoltà per via dei congelamenti. Quanto a noi, per quella tenda persa con tutto il materiale, purtroppo qualcuno ha dovuto rinunciare al suo sogno. E’ stato doloroso. Ma queste rinunce hanno creato le condizioni perché altri potessero tentare comunque: anche lì siamo stati squadra vera».

Le scelte sull’Everest

Vetta sul k2 da sud e in precedenza vetta sull’Everest da nord. l’unico obiettivo mancato è stata la salita del k2 dal versante cinese.
«Rinuncia obbligata, quella, per le condizioni meteo e ambientali impossibili. Mi è spiaciuto per i ragazzi, che hanno dato davvero l’anima. Se devo fare dei bilanci complessivi, dico che le cose per noi sono andate addirittura al di là delle aspettative. Sull’everest ci siamo andati senza ossigeno, e non è che fosse scontato perché lì la priorità era riservata alle rilevazioni scientifiche, in particolare alla rimisurazione della cima».

Dicono che fossi furente, nei giorni del primo tentativo senza bombole andato a vuoto.
«Ma no, certo però non ero felice. Bisogna che ci capiamo: l’Everest era da salire in funzione della scienza e il fatto è che non era per niente detto che ci sarebbe stata una seconda opportunità di salita».

Consegne violate?
«Sulla montagna sono state fatte delle scelte. il capo spedizione può indicare, suggerire, spingere anche a fondo. Ma è chi sta davanti, è lui che conduce davvero la salita, che la governa, che ha polso e sensazioni circa ciò che può e non può fare. Sul campo, lì, i ragazzi erano disgustati dalle follie delle spedizioni commerciali che avevano sotto gli occhi. E hanno deciso che le bombole non le avrebbero usate, che usarle se non fosse stato proprio necessario sarebbe stata una porcata, che non gli avrebbe dato niente in termini di soddisfazione personale. Hanno avuto ragione loro, hanno dimostrato carattere e forza straordinari».

Gran squadra, carta canta.
«Sì, grandi ragazzi: bravi, bravi, bravi. Un gruppo meraviglioso con il quale c’è un rapporto di stima e di affetto. Ma lo sapevo, lo sentivo: ero sicuro delle scelte fatte».

La sorpresa più grande forse è stata Karl Unterkircher, il gardenese: non lo conosceva quasi nessuno e ha messo in fila a tempo record Everest e K2 senza ossigeno.
«Eh, il Karl. Un ragazzo fantastico, squisito, generoso, mai fuori tono, calmo, gentilissimo, forte, un semplificatore. Capace di dare tutto e poi di averne ancora, una fetta di speck e via. qualche giorno fa mi chiama: “Buonciorno Acostino, sono a Sassolungo. qui pellissimo”. e poi giù una risata. Eh, il Karl».

I valtellinesi hanno raccolto molto, i lecchesi poco.
«Vero, ma non ci sono di mezzo classifiche. Spesso sono le circostanze occasionali che cambiano i risultati. Per dire di quelli andati in vetta, Michele Compagnoni sul K2 aveva quelle sue motivazioni specialissime “di famiglia”, l’Ugo Giacomelli si è confermato un montanaro tosto che non si smuove di un millimetro. Ma, per dire dei Ragni, non è che Mario Panzeri non sia un alpinista formidabile: non ha avuto fortuna, punto e a capo. Lo stesso Giulio Maggioni, lo stesso gli altri che non sono stati premiati da una vetta. Credo che comunque queste spedizioni abbiano dato qualcosa di importante a tutti».

Siete stati anche molto attaccati. Bollati come governativi, criticati per il “gigantismo”, accusati di mancanza di creatività, contestati per il budget stratosferico.
«Aggiornando le cifre, abbiamo speso meno di Desio nel ’54. E poi si fa troppa confusione: nel progetto c’erano ambiti scientifici, di comunicazione e alpinistici. Ogni comparto si è occupato dei suoi budget, e c’erano gli sponsor in campo. Parliamo delle scalate, allora. Ci sono costate circa 900 mila euro. ma abbiamo fatto tre spedizioni sulle due più alte montagne della terra, e ci abbiamo portato complessivamente qualcosa come 50 scalatori».

Con quei soldi, ha obiettato più d’uno, di spedizioni leggere su obiettivi scelti per cordate giovani se ne sarebbero potute finanziare un mucchio.
«Vero, ma il nostro progetto era questo, è stato possibile solo in funzione del cinquantesimo del K2, e appunto 50 anni dopo voleva essere coerente con quello di Desio del ’54. A una squadra di ragazzi da organizzare parallelamente avevamo pur pensato, ma poi si è deciso di sostenere Nives Meroi e compagni sullo Sperone Nord del K2. Grande problema tecnico, completo isolamento. Abbiamo sbagliato? Non so, non credo. Quel che so è che non mi pare che gli altri abbiano fatto chissà che, a parte gente come Maurizio Giordani e Luca Maspes, e a parte le molte chiacchiere a vuoto. Quel che so è che bisognerebbe chiedere alle famiglie baltì se il lavoro portato dalle tante spedizioni al K2 le ha fatte contente o no. Io non ho la verità in tasca ma dico di sì».

«Quanta ipocrisia»

E’’ quello che rispondi ai “puristi” della montagna, quelli dell’alpinismo leggero o niente?
«Chiedo che le cose siano valutate per quel che sono, senza ipocrisie. e noto che non di rado anche quelli che vengono considerati grandi puristi della montagna, magari himalaisti di nome, hanno fatto larga parte delle loro ascensioni aggregandosi a progetti commerciali, perché altrimenti non avrebbero trovato i soldi per partire. piaccia o no, facendolo in fondo hanno legittimato un certo modo di fare spedizioni in himalaya, un modo che ha avuto sviluppi aberranti e che si sta estendendo a macchia d’olio mettendo in pericolo anche il K2».

E adesso che dopo due anni di lavoro su un progetto è tutto finito?
«Adesso, in realtà, non è tutto finito e in fondo finito non sarà mai. Sto correggendo le bozze di un libro, e anzi di libri ne usciranno presto due per iniziativa di Rcs. E poi ci sono da sviluppare tutti i discorsi “politici” collegati al nostro progetto: c’è già stato il passo enorme dell’ambulatorio intitolato a Lorenzo Mazzoleni, stiamo discutendo di parco del K2, di progetti di cooperazione internazionale e di progresso sociale, avremo presto delegazioni pakistane in Italia per mettere a fuoco altre idee e per rinsaldare rapporti. Per la prima volta, credo, l’alpinismo diventa l’occasione per lasciare qualcosa di importante anche tra le montagne che scala e sulle quali invece di solito si limita a “prendere” le vette. Io dico che ne valeva la pena».